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Affidamento dei figli: i rischi dell’alienazione parentale e della triangolazione


Capita sempre più spesso che quando ci sono controversie sull’affidamento dei figli (ma anche quando c’è un accordo che però resta solo sulla carta) si possano innescare una serie di comportamenti sbagliati che vengono posti in essere da uno o entrambi i genitori e che costringono il minore ad assumere un ruolo non suo.

E’ il caso ad esempio della tanto discussa “alienazione parentale”: quando uno dei genitori vìola il diritto del figlio di poter avere un rapporto sano con l’altro genitore, portando avanti una vera e propria campagna di allontanamento attraverso una sorta di “indottrinamento”, quel legame psicologico tra genitore (detto alienato) e figlio, nel tempo, si può spezzare fino ad arrivare al rifiuto per l’uno ed ad una condivisione totale del sentimento di alienazione dell’altro.

Nel caso della cosiddetta triangolazione, invece, c’è il tentativo da parte di entrambi i genitori di spingere il figlio a parteggiare per l’uno contro l’altro. Così facendo le risorse psicologiche ed emotive del
bambino, spinto a dare ragione e affetto in modo alternato, vengono utilizzate per regolare il conflitto tra i genitori a scapito dei suoi bisogni evolutivi che resteranno inappagati anche in età adulta.

Con l’entrata in vigore della legge n. 54/2006, la regola generale nei procedimenti di separazione e di divorzio è diventata quella dell’affidamento condiviso, questo fa sì che i minori possano continuare ad avere un rapporto continuativo ed equilibrato con entrambi i genitori, secondo il principio della bigenitorialità. Il che non costituisce un diritto del genitore bensì del minore.
La mediazione familiare diventa lo strumento perché questa cooperazione tra genitori si realizzi superando le conflittualità e le conseguenze anche gravi che ne deriverebbero per i figli.